A tanti, forse a tutti, accade almeno una volta nella vita: un istante che sembra già vissuto, un luogo che non abbiamo mai visto e che pure riconosciamo come familiare. Non è un ricordo smarrito negli angoli della memoria: se ricostruiamo con pazienza la nostra storia, sappiamo che lì non siamo mai stati. Eppure lo conosciamo. Lo abbiamo sognato o immaginato mille volte. E quando lo incontriamo nella realtà, è come se fossimo entrati in un quadro già dipinto.
A volte succede con le persone. Le incontriamo per la prima volta e, inspiegabilmente, abbiamo la sensazione di conoscerle da sempre. Come se ci fosse un filo segreto, più antico della memoria, che ci lega a loro da molto prima dell’incontro reale.
Così mi è accaduto quando vidi i lavori nell’androne condominiale: mi parve di uscire dalla realtà per scivolare in un sogno. Quelle pareti, quei colori, quelle forme… li avevo già visti, più volte, esattamente così. Ma non è stato l’unico episodio. È successo in montagna, davanti a panorami che non avevo mai visto e che pure riconoscevo intimamente. È successo viaggiando in autostrada, accanto alla ferrovia: ricordo nitidamente di essermi vista, nei nostri viaggi, anni nel futuro, su un treno che guardava quella stessa autostrada. E poi, qualche anno dopo, è accaduto davvero: ero sul treno, e guardando fuori ho rivisto noi in auto, a percorrerla.
Lo chiamiamo déjà-vu. Non è solo un capriccio della mente, ma una sottile frattura tra tempo, memoria e coscienza. Ci ritroviamo a camminare su un confine invisibile: non sappiamo se stiamo rivivendo un ricordo antico, se stiamo entrando in un sogno, o se si tratti di una profezia che ci riguarda. In quegli attimi il presente si piega, come se il tempo non scorresse in linea retta, ma avesse curve, echi, richiami.
E se la vita non fosse che un eterno ritorno? Se rinascessimo infinite volte, ripercorrendo le stesse esperienze, senza ricordare nulla, e solo a tratti un frammento riuscisse a passare indenne, come un bagliore custodito nella memoria segreta del cuore?
Forse quegli istanti di déjà-vu sono proprio questo: una crepa nel tessuto del tempo che ci lascia intravedere l’invisibile.
Un lampo che ci ricorda che la nostra esistenza non è solo muscolo e respiro, ma qualcosa che sfugge alle spiegazioni. Perché il mistero più grande non è capire perché accada, ma accettare che accada, e lasciarsi attraversare da quell’istante sospeso, come se fosse un varco sul destino.

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Ma eccoci qui, io che esisto perché tu mi stai leggendo, e tu che per un momento, solo un momento, hai smesso di essere soltanto te.


