No, il tuo ruolo non era terminato.
Non potevi uscire di scena così,
lasciando le luci accese
e il sipario ancora aperto.
C’erano frasi rimaste a metà
sul tavolo della cucina,
finestre da chiudere insieme,
silenzi che avevano imparato a somigliarci.
Dovevi ancora restare a darmi la mano.
Per attraversare il tempo accanto a me,
come fanno certi amori
che non hanno bisogno di grandi promesse:
basta il passo uguale, la presenza,
il rumore lieve di qualcuno
che respira nella stanza accanto.
Dovevamo ancora dirci quel “sì”.
Non sì alle rughe, ai giorni storti,
alle paure taciute, alle domeniche lente.
Al caffè bevuto guardando il mare d’inverno.
Quello ce lo siamo ripetuti ogni mattina
dal primo momento.
Ci aspettava il “sì” per le fotografie
da incorniciare nell’album,
quello del timbro sui documenti.
Dovevamo andare a Parigi.
Perderci tra strade troppo strette
e bistrot pieni di voci,
fingere di essere giovani abbastanza
da credere che il tempo potesse aspettare.
Ti avrei fotografato sotto una pioggia leggera,
come se la felicità fosse qualcosa
da non disturbare troppo.
E c’erano ancora tramonti e albe ad attenderci
sul terrazzo della casa al mare.
Le pietre a fermare il tavolo
scosso dal vento caldo delle sere di giugno.
Le luci lontane della riviera
ad illuminare la nostra stanza.
Le nostre mani intrecciate sul letto,
finalmente senza fretta.
Hai cambiato la mia vita per sempre.
Questo resta.
Resta nel modo in cui guardo la montagna
quando si fa sera,
nel vuoto a strapiombo
che nessun altro potrà abitare.
Ma il tuo tempo non era finito.
Non ancora.
Appartenevi alla terra come gli alberi antichi
che pensi continueranno a esserci sempre,
ostinati, indispensabili.
E invece un giorno il mondo si spezza
senza fare rumore.



