È la prima domenica di giugno. Le giornate sono ancora instabili, anche ieri il cielo di Torino ad un tratto si è oscurato ed è iniziato un breve temporale. Adelaide non ricorda così tante precipitazioni nelle sue 70 primavere trascorse.
Ogni notte si sveglia verso le 4:00 e fatica a riprendere sonno. Gli capita ormai da una decina d’anni, da quando Francesco non c’è più. La vita è strana – pensa – c’è stato un tempo in cui avrebbe barattato anche un anno di vita per un’ora in più di sonno la mattina!
Solitamente zittisce il silenzio dando voce alle pagine di un libro. Non oggi.
Una cialda nella macchinetta del caffè, la tazzina di vetro, l’acqua calda della doccia a dissetare la sua pelle: rituali d’ogni mattina con la lentezza d’uno spazio senza scadenza. Le ante dell’armadio le riservano il buongiorno: da tempo ha imparato ad ascoltare la voce del legno. Sceglie l’abito con la cura d’una sposa il giorno successivo alle nozze.
L’auto è parcheggiata due numeri civici più avanti. La sua città a quest’ora non è poi così diversa: ripercorre le vie che hanno registrato i suoi anni. Si volta indietro a salutare i venditori di giornali ai semafori, gli ambulanti che si dirigono al mercato, il fornaio che alza la saracinesca…
Sul ponte di corso Umbria accosta sulla sinistra e spegne il motore, la portiera resta aperta. S’avvicina alla ringhiera, sale lentamente i quattro gradini della scaletta preventivamente riposta nel cofano. Volge lo sguardo prima a destra e poi a sinistra, saluta la luce dell’alba. L’orologio segna le cinque. Spalanca le braccia…
Adelaide si riprende la voce di suo padre che la sveglia la mattina prima di recarsi al lavoro, l’odore del caffelatte sul tavolo di mamma, le corse nel traffico verso le scuole dei figli, il bacio di Francesco sulle labbra ancora dormienti…

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Ma eccoci qui, io che esisto perché tu mi stai leggendo, e tu che per un momento, solo un momento, hai smesso di essere soltanto te.


